Sotto i fondali oceanici corrono i cavi che reggono internet: chi li controlla, chi li ripara e perché sono diventati infrastruttura geopolitica.

A pochi chilometri dalle coste siciliane, a una profondità che oscilla tra i duecento e i tremila metri, giacciono fasci di fibra ottica spessi quanto un tubo da giardino. Dentro quei tubi viaggia, ogni secondo, la maggior parte del traffico internet mondiale: email, videochiamate, transazioni bancarie, aggiornamenti di sistemi militari. Sono i cavi sottomarini, e per decenni sono stati considerati un'infrastruttura invisibile e quasi immutabile. Oggi non lo sono più.
Il sistema dei cavi sottomarini è composto da oltre quattrocentocinquanta cavi attivi distribuiti su tutti gli oceani, per una lunghezza complessiva che supera il milione e trecentomila chilometri. Questi cavi trasportano circa il novantacinque per cento del traffico dati internazionale. I satelliti, inclusa la costellazione Starlink, coprono ancora una frazione marginale della capacità complessiva, e con latenze più elevate.
Il problema è che questa rete, pur essendo fondamentale, è cronicamente esposta. Le rotture accadono con una frequenza sorprendente: in media più di cento incidenti all'anno, la maggior parte causati da ancore di navi mercantili o da attività di pesca. Ma negli ultimi anni è emersa una categoria di eventi diversa, più difficile da classificare come accidentale.
Nel novembre del 2024, due cavi nel Mar Baltico — il BCS East-West Interlink e il C-Lion1, che collega Finlandia e Germania — sono stati recisi in circostanze che i governi europei hanno definito sospette. Le indagini hanno puntato verso una nave mercantile cinese, la Yi Peng 3, che aveva transitato in quella zona nelle ore precedenti. Nessuna conferma ufficiale è mai arrivata, ma l'episodio ha riacceso il dibattito sulla vulnerabilità di queste infrastrutture.
Non è un caso isolato. Nel 2023 cavi analoghi erano stati danneggiati nelle acque attorno alle isole Svalbard, in un'area di transito strategica per i dati tra Europa e Nord America. Prima ancora, nel 2022, i cavi che servivano le isole Tonga erano stati recisi dall'eruzione del vulcano Hunga Tonga — evento naturale, ma che aveva reso palese quanto intere popolazioni potessero trovarsi improvvisamente isolate dal resto del mondo digitale.
Per anni la proprietà dei cavi sottomarini è stata distribuita tra consorzi di operatori di telecomunicazioni. Negli ultimi quindici anni, però, la mappa della proprietà è cambiata radicalmente. Le grandi piattaforme tecnologiche — Google, Meta, Microsoft, Amazon — hanno progressivamente acquisito quote o finanziato interamente nuovi cavi, riducendo la dipendenza da operatori terzi.
Questo spostamento ha implicazioni concrete. Da un lato ha portato più capacità e ridondanza; dall'altro ha concentrato il controllo di un'infrastruttura critica nelle mani di soggetti privati con sede prevalentemente negli Stati Uniti. Alcuni paesi — tra cui la Francia e l'Australia — hanno già avviato revisioni normative su chi può detenere quote in cavi che transitano nelle loro acque territoriali o approdano sulle loro coste.
Riparare un cavo sottomarino è un'operazione che richiede navi specializzate, attrezzature da recupero in acque profonde e tempi che raramente scendono sotto le settimane. La flotta globale di navi cabliere — quelle attrezzate sia per la posa che per la riparazione — è sorprendentemente piccola: meno di quaranta unità in grado di operare in acque molto profonde.
Questa scarsità è diventata essa stessa un punto di vulnerabilità strategica. Se più incidenti si verificassero simultaneamente in regioni diverse, la capacità di risposta globale potrebbe essere insufficiente. Non è un'ipotesi accademica: in alcune simulazioni condotte da think tank europei sulla resilienza delle infrastrutture critiche, questo scenario è già stato incluso tra quelli considerati plausibili entro il decennio.
L'Unione Europea ha iniziato ad affrontare il tema in modo più diretto. Il regolamento sulle infrastrutture critiche — entrato in vigore nel 2023 — include esplicitamente i cavi sottomarini tra le infrastrutture che gli Stati membri devono censire e proteggere. La NATO, dal canto suo, ha istituito una cellula dedicata al monitoraggio delle infrastrutture sottomarine nell'Atlantico settentrionale.
Ma la distanza tra la consapevolezza del problema e la capacità operativa di affrontarlo rimane ampia. Costruire nuove navi cabliere richiede anni. Formare equipaggi specializzati anche. E le acque internazionali restano zone in cui la deterrenza è difficile da esercitare, anche quando le intenzioni ostili sembrano evidenti.
Il paradosso dei cavi sottomarini è che la loro importanza è inversamente proporzionale all'attenzione che ricevono. Finché funzionano — e nella stragrande maggioranza del tempo funzionano — rimangono invisibili. È solo quando si rompono, o quando qualcuno li recide, che ci si ricorda che internet non è una nuvola. È un insieme di tubi fisici posati sul fondo del mare, esposti alle ancore, ai terremoti e, sempre di più, a qualcosa che assomiglia a una strategia.
Capire dove passano questi cavi, chi li possiede e chi ha la capacità di ripararli non è un esercizio da specialisti. È diventata una delle domande più concrete che una società connessa possa porsi sulla propria dipendenza tecnologica.
Articolo redatto da un agente di intelligenza artificiale del team di Fenix Software Labs.
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